Quando finisce il coro
Cosa serve a No Kings per diventare slancio programmatico e forza dirigente?
Il giorno dopo una piazza si vede meglio. Meno dal volume, più dalla traccia che lascia. A Roma, tra il concerto del 27 e il corteo del 28 marzo, No Kings ha riportato in strada un pezzo di paese che da mesi cerca una forma politica più leggibile. Palestina, riarmo, decreti repressivi, libertà pubbliche, lavoro culturale, sindacati, reti civiche, partiti, associazioni. C’era una densità reale, non un semplice riflesso di tendenza. Proprio per questo, il punto, oggi, non è trattenere l’immagine della folla né prolungare l’euforia di essersi ritrovati. Il punto è capire che cosa comincia adesso.
La coincidenza del calendario aiuta. Oggi è la domenica delle palme. Il pensiero corre quasi da solo alla Domenica delle salme di Fabrizio De André. E la canzone torna utile proprio qui, nel passaggio in cui il frastuono si deposita e il paesaggio resta. In quella pagina c’è l’amarezza per un ordine che si impone come pace, assorbe il conflitto e lo rende innocuo. C’è anche qualcosa di più sottile e necessario. L’idea che, dopo la sconfitta o l’illusione di una vittoria, resti un compito. Guardare meglio. Leggere la fase. Non lasciarsi coprire dal frinire della superficie. È lì che si entra davvero nella politica.
Questo nodo si era già affacciato a Bologna, all’assemblea No Kings di gennaio. La parola “convergenza” circolava ovunque, ma insieme a essa si vedeva anche il problema. Convergere verso chi, su quali condizioni minime, con quale idea di maggioranza. La questione non era sentimentale. Era di metodo. Una convergenza regge quando sa parlare a una maggioranza reale, quando accetta di non coincidere con il proprio recinto, quando si misura con il compito più difficile, quello di diventare forza dirigente. Senza quel salto, anche l’assemblea migliore resta una scena intensa. Serve, scalda, mostra una disponibilità. Poi, però, arriva il dopo, e nel dopo si capisce se c’è una direzione.
Roma ripropone lo stesso passaggio, solo su una scala più ampia. Le due giornate hanno fatto vedere che un campo esiste e che non è piccolo. La tentazione più facile, a questo punto, è battezzarlo in fretta e rassicurarsi con una formula. “Generazione Gaza” ha funzionato così. Dentro a quella formula c’è qualcosa di serio, perché una parte consistente dei giovani si è formata sotto il peso di un’esperienza politica brutale. Il collasso del diritto, il massacro quotidiano, l’impunità occidentale trasformata in abitudine. Tutto questo ha inciso e continuerà a incidere. Il problema è che quella definizione, se diventa la chiave del discorso, comincia subito a restringere il quadro. Rende generazionale una frattura più ampia. E, soprattutto, rischia di trasformare un processo politico in un’etichetta di consumo.
I numeri raccontano infatti una storia diversa e più impegnativa. Già a settembre 2025, secondo Ixè, la questione di Gaza aveva aperto una frattura molto oltre la bolla militante. Tre italiani su quattro consideravano genocidio ciò che stava accadendo nella Striscia. Una larga maggioranza sosteneva la Global Sumud Flotilla a prescindere dall’appartenenza partitica. Il dissenso nei confronti della linea israeliana e la complicità italiana ed europea attraversavano segmenti dell’elettorato che non si riconoscono affatto nella sinistra organizzata. Allo stesso tempo, nella gerarchia delle preoccupazioni del paese, la guerra restava dietro al costo della vita e alla sanità. È forse il dato più utile di tutti. Ci dice che la soglia morale esiste, che è profonda, che può mobilitare. Ci dice anche che prende forza politica soltanto quando incontra la vita materiale.
È anche il motivo per cui la Flotilla, nell’autunno scorso, ha saputo parlare oltre il proprio perimetro. Non solo per il coraggio di chi ci ha messo il corpo. E neppure solo per la forza simbolica di una missione civile contro l’assedio. Ha funzionato perché ha tenuto insieme poche cose molto chiare. Una cornice universalista, la denuncia di una complicità precisa, un obiettivo leggibile. Ha costretto il governo a scoprirsi fino in fondo, fino alla frase di Tajani sul diritto internazionale che varrebbe “fino a un certo punto”. In quel momento la convergenza è apparsa persuasiva perché non richiedeva un’identificazione ideologica completa. Chiedeva di assumere una posizione di fronte a una linea rossa.
Il referendum costituzionale di marzo aiuta a leggere il resto. Il No ha vinto con una geografia molto più ampia della sola opposizione organizzata. Le elaborazioni YouTrend hanno poi chiarito un punto che vale anche oltre il referendum. Il paese non si divide più in modo lineare tra destra e sinistra, né tra città e provincia. C’è un’Italia resistente, in cui il centrodestra incontra un limite strutturale. C’è un’Italia dormiente, mobile, sensibile, ancora priva di una forma politica stabile. C’è un’Italia governista, dura, radicata. Anche le grandi città raccontano meglio questa trama di tanti editoriali. Milano isola il Sì quasi esclusivamente nel centro. Napoli e Torino spingono il No ovunque. Roma lo rafforza dove la pressione sociale si sente più forte e dove, va detto, esiste anche un lavoro politico paziente, nei municipi, nelle associazioni, nelle reti civiche, che non nasce il giorno del corteo. La frattura passa sempre più tra rendita e vita materiale, tra protezione dello status e senso di esposizione, tra chi attraversa la crisi di lato e chi la vive sulla pelle.
Qui si capisce il punto vero del day after. Una maggioranza di arresto esiste e ha dimostrato di saper bloccare e dire di no quando serve. Si intravede molto meno una maggioranza di governo alternativa e si richiedono a gran voce le dimissioni di un governo; bisogna farsi trovare pronti. La grande battaglia politica è incentrata sulla credibilità di governo. La distanza tra queste due cose non si colma con una grande piazza, né con un lessico condiviso per un fine settimana. Chiede un lavoro meno fotogenico e molto più decisivo.
Per questo gli entusiasmi valgono fino a un certo punto. Servono, certo. Scaldano, danno coraggio, rompono l’isolamento. Mostrano che non tutto è stato sedato. Ma questi grandi risultati impongono di essere più severi con se stessi. Ascoltare e interloquire con l’Italia dormiente, che si muove su temi veri ma non si è ancora consegnata a una rappresentanza stabile. Chi tiene insieme Palestina, riarmo, diritti democratici, salari, affitti, sanità, scuola, casa. Chi costruisce un linguaggio abbastanza ampio da non farsi risucchiare né dal campismo né dalla curva da stadio. Chi dà a questa convergenza una forma che resti in piedi quando i riflettori si abbassano.
Qui torna utile anche una lezione più vecchia, che avevo provato a mettere a fuoco proprio dopo Bologna. Le differenze non spariscono mai. Le piazze le sospendono, qualche volta le armonizzano per poche ore, ed è già molto. Poi però riaffiorano. La politica comincia quando si decide su quali condizioni minime si possa camminare insieme senza fingere di essere identici. Una lettura materialista dei rapporti di forza. I diritti umani come bussola comune. Il rifiuto della muscolarità come unico linguaggio del conflitto. La scelta di costruire un’egemonia democratica, invece di accontentarsi della mera testimonianza. Una convergenza sobria nei presupposti e ambiziosa nella traiettoria. Per non restare minoranza morale e basta.
A questo punto, la formula “generazione Gaza” può anche restare nei titoli, se serve a indicare un clima. La convergenza, invece, deve diventare criterio. Deve scegliere una scala. Deve decidere a quale paese vuole parlare. Deve imparare a misurarsi con la rappresentanza parlamentare e con la credibilità di governo senza perdere il contatto con la pressione sociale che l’ha resa possibile. È un passaggio delicato, quasi sempre impopolare, perché richiede meno esaltazione e più costruzione. Eppure è l’unico che conti davvero.
Per questo la Domenica delle salme torna utile proprio alla fine. Gli addetti alla nostalgia accompagnano il cadavere dell’utopia, con una vibrante protesta che si confonde col canto delle cicale. Un’ambiguità che vale ancora oggi. Le cicale come rumore di fondo, in cui tutto viene riassorbito, la colonna sonora di una normalizzazione che sopravvive a ogni corteo. Ma anche il suono ostinato di qualcosa che non si lascia zittire, una presenza minuta ma continua, abbastanza tenace da attraversare l’estate e arrivare oltre la stagione.
Tracciamo qui la linea rossa per tradurre questa intesa emotiva in slancio programmatico, a fondamento di una credibilità politica necessaria a porre le basi di una forza dirigente. Il resto, comprese le primarie, viene dopo.



