Palextinction
Palestina come pietra angolare dell’umanità

1.
Era ancora estate, la sera del 20 settembre 2023 eravamo sul divano con Fox News acceso (non un canale che guarderemmo di solito), in attesa di un segmento che si incastrava perfettamente nella narrativa di quei giorni, sullo sfondo dell’Assemblea Generale dell’ONU e della promessa di un Medio Oriente ridisegnato come snodo di merci, dati, energia e mega-eventi. Andò in onda l’intervista di Bret Baier al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (in seguito MBS). La normalizzazione con Israele e gli Accordi di Abramo arrivarono subito, nello stesso flusso in cui MBS parlava di logistica, cavi, reti energetiche.
“Per noi la questione palestinese è molto importante. Dobbiamo risolvere quella parte e […] speriamo di arrivare a un punto che migliori la vita dei palestinesi e faccia di Israele un attore nel Medio Oriente. […] Ogni giorno ci avviciniamo.”
Non fu il cinismo esplicito a far suonare il campanello d’allarme; il punto era un altro. La Palestina stava scivolando nel ruolo del dettaglio da sbloccare, una condizione laterale perché una mega-intesa che prometteva stabilità, investimenti e tanti “gol” potesse proseguire. Le parole usate in relazione ai palestinesi sono “soddisfare i bisogni”, “migliorare la vita”, “calmare la regione”. L’autodeterminazione e i diritti erano già nel menù. In ogni caso, per dirla con MBS, “every day we get closer”.
«Questo è il nostro problema»: Guardiola prende posizione sul genocidio a Gaza e sull’ingiustizia globale.
2.
Non sono giornalista, ma nel mio lavoro incrocio spesso i media. Il 6 ottobre 2023 Al Jazeera mi contattò per sapere se avessi qualcuno disponibile a intervenire in diretta sulla crisi migratoria nel Darién Gap, tra traffico di esseri umani ed economie criminali. Suggerii una collega ricercatrice. Andò in onda poco dopo le undici di sera, ora europea, e mi dissero che il segmento sarebbe stato riproposto nei giorni successivi perché stavano seguendo quel dossier con continuità. Quella riproposizione non avvenne. Nel giro di poche ore i palinsesti furono sconvolti e, per mesi, la stessa emittente divenne per molti uno dei pochi flussi continui di immagini da Gaza, mentre Israele impediva l’ingresso indipendente ai giornalisti internazionali, salvo brevi accessi scortati. Lo “zapping del genocidio” sembrò quasi inevitabile. Cambiare canale per capire che cosa stesse succedendo e rendersi conto che, senza accesso, restava soprattutto un muro di commenti politici, notizie false e dichiarazioni in loop.
Ogni giorno venivano superate linee rosse e, ogni giorno, aspettavamo invano una risposta coerente con la giustizia internazionale da parte di attori che, nello stesso tempo, rivendicavano la difesa della democrazia e della società aperta altrove.
Il lessico dei valori restava alto e “universale”, ma nel caso palestinese non diventava atto né produceva conseguenze riconoscibili. Quel giorno non è ancora arrivato.

Da allora, al netto del passaggio da un canale all’altro, la TV restò spesso su Al Jazeera. A un certo punto cominciò a somigliare a una dipendenza. Mese dopo mese, la dose quotidiana di corpi, macerie, ospedali trasformati in bersagli, scuole colpite, troupe attaccate produsse un effetto collaterale che mi spaventò più delle immagini stesse. La normalizzazione. Pranzare o cenare con la notizia dell’ennesimo bombardamento sullo sfondo, come se fosse meteo, come se il mondo avesse già deciso che quel livello di violenza facesse parte dell’arredo.
La scala della risposta israeliana agli attacchi terroristici del 7 ottobre non mostra limiti riconoscibili, soprattutto quando colpiva il cuore della società civile, il sistema sanitario e l’informazione. Un recente studio epidemiologico pubblicato dall’European Journal of Public Health (EUPHA), insieme agli allarmi pubblici del Committee to Protect Journalists (CPJ) e delle Nazioni Unite, descrive come l’erosione delle protezioni per operatori sanitari e giornalisti amplifichi la sofferenza dei civili e interrompa un “meccanismo di allerta precoce” per il genocidio e altri crimini internazionali fondamentali, decisivo per la consapevolezza globale e per le scelte di policy.
La storia di Wael Al-Dahdouh, capo ufficio di Al Jazeera a Gaza: tra ottobre 2023 e gennaio 2024 ha perso la moglie, una figlia, due figli (tra cui Hamza, anche lui giornalista) e un nipotino negli attacchi israeliani.
3.
Passò un’estate, ne arrivò un’altra, e la frustrazione si acuì di fronte a un’apparente impossibilità di intervenire per fermare il “crimine dei crimini” che si dispiegava in diretta televisiva. Guardavo meno, perché cominciavo a irritarmi per l’impotenza della politica e per la sfacciataggine con cui quell’impotenza veniva comunicata. Mi tornavano in mente gli appunti dell’università, il temuto esame di diritto internazionale, ma anche i girotondi delle elementari e gli arcobaleni che ci facevano disegnare quando si parlava di pace. Era tutto falso?
Qui contano i dati e le parole di Francesca Albanese. Nel rapporto “From economy of occupation to economy of genocide” si insiste sul ruolo degli attori economici, pubblici e privati, nel sostenere un’economia dell’occupazione che, in Palestina, diventa un’economia di distruzione e impunità. Chiede agli Stati misure immediate, tra cui l'embargo sulle armi e la sospensione degli accordi commerciali e di investimento. In una formula netta, avverte che le imprese non possono rivendicare la neutralità in modo credibile. O sono parte della macchina della spoliazione o della sua disattivazione.
I doppi standard non erano visibili solo in televisione. Su Instagram dovevamo perfino confermare di essere disposti a ricevere immagini e video “politici”, altrimenti l’algoritmo li avrebbe nascosti. Il doomscrolling divenne la regola per estrarre il più possibile da quanto accadeva in Palestina. Un giorno mi imbattei nella chiamata della Global Sumud Flotilla e compilai il form. Mi sembrò la cosa giusta da fare al momento giusto. Rendermi disponibile per qualcosa di scala e con obiettivi enormi, andando dritto al cuore del problema.
La Flotilla, nella sua dimensione globale, concreta e simbolica, oltre alla consegna di aiuti e alla contestazione di un assedio illegale, mostrò che una convergenza reale esiste. Persone, sindacati, reti mediche e legali, parlamentari, movimenti, disposti ad assumersi rischi per spostare la pressione politica sull’inazione dei governi di fronte a un genocidio in corso. Spezzare l’assedio con la nonviolenza e offrire sostegno al popolo palestinese. Era fine luglio. Passarono un paio di settimane prima di essere ricontattato. A metà agosto ero “salito a bordo” come equipaggio di terra, guidando l’ufficio stampa in Italia.
4.
Qui la metafora mi colpisce, non quella della “cartina da tornasole”, bensì quella della “pietra angolare”. Non solo del Medio Oriente, ma dell’umanità stessa. Indica ciò che regge una struttura e, dunque, ciò che va colpito se vuoi cambiarla. L’architettura materiale che lega militarizzazione, tecnologia, finanza, diplomazia e persino intrattenimento. Chi paga i costi, chi incassa i benefici.
In Palestina le dinamiche convergono in una forma leggibile che altrove resta dispersa o solo parzialmente percepibile. In Palestina diventa più difficile nascondersi dietro una bandiera democratica. Non mitizzare “la causa”, ma usarla come criterio, identificare l’intreccio degli interessi, sottrarlo al fatalismo e trasformarlo in obiettivi politici raggiungibili. Abbiamo registrato il collasso del diritto. Dobbiamo riattivarlo, con strumenti civici e istituzionali, finché lo stato di diritto torni a significare qualcosa di semplice. Indagini, processi, pene certe.
Qui la Flotilla torna con forza. Non come gesto simbolico, ma come metodo. Lasciarsi coinvolgere dallo slancio della liberazione palestinese, riconoscersi, chiedere risposte, esporre chi poteva agire ma non lo ha fatto.
5.
C’è una certa idea “occidentale” di postura negoziale “neutrale” (ormai remota, nel contesto attuale di muscolarità diplomatica) che segue lo schema “non è un nostro problema, siamo qui solo per facilitare”. Il problema di questo approccio è che il facilitare, quando non sposta rapporti di forza e, anzi, convive con forniture, coperture e doppi standard, diventa un modo elegante per non decidere.
Qui la mente va agli Accordi di Oslo, ai loro limiti e alle loro conseguenze. Ed è qui che la differenza tra “cartina da tornasole” e “pietra angolare” diventa politica. Se Gaza è una pietra angolare dell’umanità, non è “solo un loro problema”.
Scegliere tra la continuità dell’edificio e la rottura della sua impunità, come avverte Albanese. Rompere l’impunità richiede inevitabilmente qualcosa di concreto. Ho sempre avuto la sensazione che quando molti ripetono la stessa formula ci sia un problema nella formula stessa. “Due popoli, due Stati” funziona sempre meno come orizzonte credibile e sempre più come amministrazione del conflitto. Abbraccio la posizione che Ilan Pappé ha ripetuto in più interviste, scritti e interventi pubblici: un unico Stato democratico in cui chiunque possa vivere in pace, nella diversità e con pari diritti. Una direzione coerente con l’idea che la sovranità non possa essere etnica né religiosa e che la sicurezza non possa nascere dalla segregazione. Il Sudafrica, con tutti i suoi problemi, problemi che richiederanno generazioni per essere affrontati, mostra che non si tratta soltanto di un’idea irrealistica, ma di una realizzazione concreta. Anche in Italia, che non molto tempo fa è nata come repubblica parlamentare dalle macerie di una guerra mondiale accesa dall’ascesa del fascismo, vediamo ancora il lento, faticoso cammino verso una democrazia piena, con il rischio costante di arretrare. Non esiste una soluzione istantanea o magica per l’uguaglianza reale, ma applicare i diritti umani con coerenza è un primo passo.
Un’altra frase abusata, usata in modo riflesso su fronti diversi, è “dal fiume al mare”. È stata impiegata in molti modi, alcuni opachi, altri strumentali. Se vogliamo proteggerne un significato politicamente e umanamente sostenibile, dobbiamo dirlo senza ambiguità. Non come cancellazione di qualcuno, ma come fine del regime teocratico-suprematista di apartheid che si estende dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Uguaglianza di cittadinanza, fine dell’apartheid, fine del regime di eccezione e un patto costituzionale capace di contenere le differenze senza trasformarle in gerarchie.
Questo richiederà anche il coinvolgimento della società civile israeliana antisionista, post-sionista e, al contempo, il completamento dei procedimenti dinanzi all’ICJ e all’ICC, perché responsabilità e impunità non restino parole. Solo così può aprirsi un’epoca in cui la prosperità economica segue l’armonia sociale, e non viceversa.
7.
La domanda oggi è se l’attuale forza dirigente in Italia e in Europa abbia il coraggio di portare avanti queste idee. Il compito di chi siede nei governi e nei parlamenti non è solo testimoniare l’orrore o alimentarlo, ma contribuire a estinguerlo con azioni attuabili subito, impiegando strumenti concreti, per dimostrare che ciò che leggiamo nei trattati e nelle costituzioni non è fiction, ma un contratto sociale.
Rompere l’impunità, oggi, significa almeno tre condizioni minime: fermare le forniture e i trasferimenti di armamenti, sospendere accordi e investimenti che normalizzano l’eccezione, pretendere accesso, prove e cooperazione giudiziaria.
In Italia, la legge 185 del 1990 disciplina e limita l’esportazione di materiali d’armamento verso Paesi in conflitto armato e verso governi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate dagli organismi competenti. Nel settembre 2025, l’equipaggio della Global Sumud Flotilla ha chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle relazioni istituzionali ed economiche tra Italia e Israele. In Europa, un’iniziativa dei cittadini europei “Justice for Palestine”, guidata dalla European Left Alliance, mira a raccogliere un milione di firme per chiedere la sospensione completa dell’Accordo di associazione UE-Israele (Se sei cittadino europeo e non hai ancora firmato, puoi farlo in pochi clic). Sul piano internazionale, l’accesso dei media, la protezione dei giornalisti, l’obbligo di preservare le prove e la cooperazione con le corti non sono tecnicismi. Sono pezzi della stessa lotta, perché senza visibilità e accountability l’impunità diventa prassi.
Conclusione
La frase “non c’è futuro senza Palestina” non va usata come formula identitaria, né liquidata come proiezione narcisistica. La Palestina è una pietra angolare perché espone una catena di convenienze, perché rende visibile una convergenza di interessi e coperture che costringe chiunque parli di diritti umani a chiedersi non solo se quei diritti valgono, ma anche quanto costano.
O accettiamo che la pietra angolare resti sacrificabile, insieme all’ultima linea rossa, oppure iniziamo a togliere i mattoni dell’impunità uno per uno, sapendo che l’edificio scricchiolerà.


