Convergenza, a chi?
Riflessioni a margine dell'assemblea "No Kings" di Bologna (TPO, 24-25 gennaio 2026)
“Io penso che tocca a voi rappresentanti dei partiti comunisti e democratici, risollevare e portare avanti la bandiera delle libertà democratico-borghesi, se volete raggruppare intorno a voi la maggioranza del popolo, se volete essere i patrioti del vostro paese, se volete essere la forza dirigente della nazione”.
Questo pensiero non è stato partorito da un leader democratico che ammicca al centrodestra per racimolare consensi. Chi lo ha scritto lo dirò solo in chiusura perché qui conta il meccanismo politico, ciò che questa frase implica, più che la firma: un modello di società nuova non si afferma restando minoranza morale o mera sommatoria di sigle, ma diventando classe dirigente. E diventare classe dirigente significa saper parlare a una maggioranza reale, interpretarne i bisogni materiali e morali, e praticare un approccio pluralista capace di interloquire con la maggioranza, non con il proprio recinto.
Questo concetto è tornato più volte, in forme diverse, durante l’Assemblea “No Kings – Contro i re e le loro guerre”, una due-giorni svoltasi a Bologna il 24 e 25 gennaio, animata da migliaia di attivisti e centinaia tra partiti, sigle e reti “convergenti” alla ricerca della chiave per mobilitare altri, allargare, fare alleanze. Eppure, una chiave l’abbiamo già vista nell’autunno del 2025, quando la “Flotilla” è riuscita a cogliere un sentimento popolare diffuso contro la “complicità” italiana ed europea di fronte ai crimini israeliani in Palestina. Lì la convergenza è stata visibile, tangibile, convincente. Non solo perché ha unito mondi diversi, ma anche perché ha costruito una cornice narrativa semplice e universalista, capace di parlare anche al di fuori della “bolla” e di trasformare l’indignazione morale in pressione politica. È stata efficace fino a mettere il Governo in un angolo e a portarlo all’autosmascheramento in diretta TV: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, ha affermato senza vergogna il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Dai racconti di chi c’era e dai sondaggi di chi analizza emerge, inoltre, con chiarezza una “solidarietà trasversale” nei confronti della Flotilla, con risultati sorprendenti anche tra gli elettori della maggioranza di governo (Ixè – settembre 2025). D’altronde, se tutte quelle persone fossero già schierate a sinistra, oggi in Italia avremmo un governo diverso.
Nulla di nuovo sul fronte occidentale, dunque. Continua a prendere forma una narrativa progressista alternativa ai “re” e alle loro guerre. Ciò che c’è di nuovo, più che la sostanza, è la volontà di convergere. Ma cosa significa, esattamente? E a chi è rivolto l’appello? Soprattutto, come si ripropone quella dinamica di allargamento e di pressione politica oltre il singolo episodio che l’ha resa così efficace?
Alla “No Kings” c’era di tutto e di più. Si è parlato di Ucraina, Palestina, Iran, Siria, Venezuela, di transfemminismo, di ecocidio, di povertà, di sicurezza e di altro ancora. Sui tre tavoli di lavoro del primo giorno si passava dal salario europeo alla svolta autoritaria, dal genocidio al diritto alla casa e, addirittura, al “superamento della democrazia liberale” tra i punti all’ordine del giorno.
È giocoforza che una convergenza non potrà materializzarsi se l’approccio a questi temi è macchiato dal cosiddetto campismo o dall’attaccamento alla curva da stadio all’una o all’altra causa. La certezza matematica è che non possiamo essere tutti d’accordo su tutto. Possiamo però esserlo su alcune condizioni minime. Accogliere le differenze, mettere se stessi e la propria immaginazione a disposizione di qualcosa di più “alto”, rinunciando magari a parte delle passioni personali per confluire, con disciplina e umiltà, in una volontà generale, ad oggi ancora informe. Possiamo convergere su una lettura marxista della geopolitica (come lente analitica), sulla Dichiarazione universale dei diritti umani (come bussola normativa) e sul lavoro paziente, sartoriale, per ricostruire fiducia reciproca e ricucire lo strappo tra istituzioni democratiche e società civile.
“In verità, più ci si estasia insieme e meno s’è d’accordo”
Cantava Carmelo Bene nell’Hamlet Suite. Letta politicamente, è una nota lucidissima sulla dinamica delle piazze e delle assemblee. Nei picchi emotivi si può essere perfettamente sincronizzati senza condividere davvero priorità, lessico, obiettivi e, soprattutto, il “dopo”. L’estasi crea massa, l’accordo genera direzione. Se la convergenza resta una temperatura e non diventa anche un metodo condiviso, appena l’onda si ritira riaffiorano differenze e sospetti, spesso più netti di prima.
Io stesso faccio molta fatica a conciliare alcune delle lotte sopracitate con la mia Weltanschauung, e so anche che la “purezza”, quella vera e assoluta, è una prerogativa dell’altro mondo. È proprio per questo che inseguirla come criterio politico, qui e ora, è un lusso pericoloso: mentre noi discutiamo di chi sia abbastanza puro da stare nella stessa stanza, i leader mondiali stanno costruendo un’autostrada che porta dritta a quell’altro mondo, dove forse saremo tutti puri, ma sarà troppo tardi. La convergenza, allora, va interpretata così:
Riconoscere l’emergenza;
Riconoscersi tra oppressi (anche dentro il nostro relativo e modesto privilegio);
Seminare autocoscienza democratica;
Offrire un modello credibile di società nuova;
Trasformarsi in forza dirigente.
Una convergenza minimalista, dunque, non per rinuncia né in contrapposizione automatica al massimalismo, ma come unica via realistica per puntare a quel “massimo”. Minima nei presupposti condivisi, nelle regole del gioco e nel lessico comune; massima nella traiettoria.
Perché il “massimo”, qui, non è un punto d’arrivo proclamato una volta per tutte, ma un processo, una tendenza continua a spingere più avanti l’orizzonte trasformativo proprio grazie a un impianto minimale, stabile e replicabile, capace di reggere nel tempo, attraversare le differenze e accumulare forza senza implodere alla prima divergenza.
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Uno dei momenti più forti, come descritto da Alessandro Mantovani su Fatto Quotidiano, è la storia di Lince, che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato a altezza d’uomo durante il corteo del 2 ottobre a Bologna.
Questo non è un incidente. E non lo sono neanche i feriti, da entrambe le parti, nei fatti più recenti di Torino. È il risultato diretto di un inasprimento della narrativa e di scelte politiche e operative che, passo dopo passo, trasformano lo spazio pubblico in un luogo di rischio. La discussione sull’uso legittimo della forza e sui suoi limiti, di fronte al diritto di manifestare, non può diventare né propaganda né liturgia emotiva. Alla “No Kings” c’era anche Vittorio Agnoletto, già portavoce del Social Forum di Genova nel 2001 ed ex parlamentare europeo comunista. Il suo intervento ha forse rappresentato il punto più alto della conversazione, soprattutto quando ha insistito sull’importanza di evitare che tutto si riduca a un conflitto tra “noi” e “il potere”, intendendo il “noi” come solo noi già schierati. Da qui la necessità di trasformare questa situazione in una “lotta di classe”. Una formula che era già stata invocata come “unico terreno fertile per far crescere la democrazia in un paese bloccato” da Giulio Cavalli, non presente alla “No Kings” ma applauditissimo in un’altra assemblea, quella milanese di “Una cosa di sinistra” del novembre 2025 (iniziativa di parte dei Giovani Democratici di ispirazione bersaniana con tanto di spillette distribuite all’entrata “Bersani for President”). Evento, guarda caso, replicato a Bologna proprio il 25 gennaio, appena terminata “No Kings”. Non so ancora bene se interpretare questa mossa come una prova di convergenza o, al contrario, come il pestarsi dei piedi a vicenda.
Spostiamo di nuovo le lancette indietro nel tempo e prendiamo in prestito le parole di Palmiro Togliatti al X Congresso del PCI (dicembre 1962), quando parlava di:
“[…]una lotta che può estendersi per un lungo periodo di tempo e nella quale le classi lavoratrici combattono per diventare classi dirigenti e aprirsi la strada al rinnovamento, […] alla prospettiva di una democrazia rinnovata”.
Se è vero che un primo passo è stato compiuto, allora vale la pena fissare anche un lessico e un’impostazione coerenti con quell’orizzonte. Da qui l’importanza del riconoscimento formale di uno “stato di allerta democratica permanente”, come ha fatto presente Gianluca Peciola di Sinistra Italiana agli sgoccioli della “No Kings”. Un’espressione che suona molto meglio di “agitazione permanente”, degna forse di un girone dell’inferno dantesco più che di un percorso comune di progresso, giustizia e libertà.
Essere alternativa, infatti, non significa opporsi di riflesso alla muscolarità dei cosiddetti kings, bensì rifiutare di farsi dettare tempi e toni dalla loro agenda impostando la lotta sulla distensione quando possibile, sul dialogo dove utile e sulla simpatia (nel suo senso etimologico) quando necessario.
Non si tratta di buonismo ma di una strategia di egemonia democratica. È così, forse, che si può davvero aprire la strada a quella “democrazia rinnovata” di cui parlava Togliatti. Non perché manchi il conflitto, ma perché il conflitto va organizzato attorno a un modello di società credibile e contendibile, capace di costruire consenso, organizzazione e prospettiva di governo. A volte ci si confonde tra chi vuole “conservare” e chi “riformare”, perché oggi la linea di demarcazione è sfocata. Anche dalla parte dei kings, infatti, c’è la consapevolezza che l’assetto geopolitico attuale non regge: conservano per sopravvivere e, quando riformano, lo fanno per governare il crollo. Per questo la partita non è se serva un nuovo modello, ma quale modello prevarrà e con quali strumenti. Ormai c’è rimasto poco da conservare davvero e molto da immaginare sul serio.
Ah, a proposito. L’autore della frase iniziale era Stalin1.
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Tratto da: Luciano Canfora, Un ribelle in cerca di libertà - Profilo di Palmiro Togliatti, Sellerio Editore, Palermo 1998

