Era novembre 2022: il mondo non era ancora stato sconvolto dal genocidio a Gaza, ma l’agenda geopolitica era già dominata dal conflitto russo-ucraino, a poco più di un anno dalla rovinosa ritirata statunitense dall’Afghanistan. In quel periodo mi trovavo in Sudafrica per lavoro, per un retreat tra colleghi. Una sera ci ritroviamo attorno alla piscina della struttura che ci ospita, all’interno di un parco nazionale. Coi colleghi improvvisiamo un set da DJ con una piccola cassa Bluetooth e un cellulare collegato a Spotify.
Il telefono passa di mano in mano: veniamo da parti diverse del mondo e ognuno propone una canzone che ama. Fu il mio collega Raouf Farrah a chiamarmi da dietro la spalla: «Claudio, put this song on!». Gli do il telefono e cerca Mariem Hassan. Play. La canzone scelta è “Arrabi el Arabe”, in cui, grazie alla mia precedente conoscenza (ormai rarefatta) della lingua araba, riconosco: «بالصمود أفتح باب», che assorbo come «Con il sumud apro una porta».
Nel pezzo, Mariem Hassan si rivolge ai giovani arabi coinvolti nelle rivolte del 2011–12, collegando le rivolte in Tunisia ed Egitto alla protesta saharawi di Gdeim Izik nel 2010. Mai avrei potuto immaginare che, a distanza di anni, io e Raouf potessimo trovarci coinvolti nella stessa lotta di liberazione1, quella per la Palestina libera, con in mano la chiave del Sumud per aprire le porte della protesta alle tante persone che, pur non essendo arabe, desideravano, dalle piazze di tutto il mondo, «soffiare il vento» alle barche della Global Sumud Flotilla.
In un articolo precedente, Palextinction, ho già parlato di come fui coinvolto nella missione dell’autunno 2025, del mio ruolo nella delegazione italiana, e di come quell’esperienza abbia trasformato la rabbia e il senso di impotenza in una responsabilità concreta. Qui vorrei parlare di ciò che mi è rimasto dopo: del sumud come capacità trasformativa, dalla testimonianza all’azione, dalla consapevolezza alla conseguenza. La letteratura indica che il concetto di sumud è al contempo una pratica collettiva e intrinsecamente politica. Rimanere sulla propria terra, preservare le radici per conservare la dignità e la comunità. Oltre la mera resilienza contemporanea, un rifiuto determinato piuttosto che un adattamento alle avversità.

Essendo nato e cresciuto in Italia, ho potuto constatare come il contesto educativo e istituzionale sia ancora troppo appiattito su una postura eurocentrica, che non può che offrire una visione parziale della dimensione mediterranea, poco utile alla comprensione dei fenomeni geopolitici contemporanei e ancora ancorata a un passato nostalgico che serve a giustificare una particolare narrazione, quella giudaico-cristiana che da sola non può spiegare la ricchezza immensa della storia del Mediterraneo e la sua posizione nel mondo. Il passaggio all’università, agli studi sull’Asia occidentale e sull’economia islamica, mi ha dato l’opportunità di ampliare lo sguardo, appassionandomi alla conoscenza di una cultura a noi europei più vicina e connessa. Eppure, quella conoscenza non bastava per vedere: tra il sapere e lo sguardo persisteva uno spessore fatto di piccole cose, quotidiane, impercettibili (le routine, la carriera, le relazioni) che, pur lasciando intatta l’informazione, rendevano facoltativa la conseguenza.
L’intera esperienza Flotilla va letta infatti come un invito a passare dalla consapevolezza dell’abuso all’azione che vi ponga fine. Se per decenni si è parlato di sensibilizzazione, di informazione, di far conoscere la questione palestinese e il genocidio in corso a Gaza, siamo però entrati in una fase diversa.
La Global Sumud Flotilla ha reso tangibile l’andare verso Gaza, lo spezzare l’assedio e portare aiuti. Esporre pubblicamente l’inazione dei governi e costringerli a confrontarsi con il pubblico. La visione della riva di Gaza non era più una fotografia sul giornale o un post sui social, era lì davanti a tutti noi, ovunque nel mondo, in piazza, in barca, a casa.
C’è chi è partito, chi ha organizzato le piazze, chi raccoglie fondi e chi documenta. C’è anche chi, come me, ne ha fatto parte senza mai scendere in piazza né vedere issata una vela, nemmeno all’orizzonte. La presenza costante davanti ai notiziari, il seguire le agenzie, la tastiera sempre pronta a scrivere comunicati e a sostenere il racconto dell’azione in corso nello spazio pubblico.
Leggendo il racconto di Maria Elena Delia, nel suo libro “Global Sumud Flotilla: La storia siete voi”, mi accorgo che ciò che allora vivevo come urgenza operativa aveva una dimensione politica più profonda.
Il libro di Delia, portavoce della delegazione italiana del movimento per Gaza, segue la missione dalla primavera del 2025 fino al sequestro degli attivisti da parte dell’esercito israeliano, ai preparativi della seconda missione dell’anno successivo, e alle richieste di sblocco degli aiuti. Un diario di bordo che spesso guarda verso terra, con le assemblee, i presìdi e le telefonate notturne in primo piano, in parallelo alla rotta di navigazione.
Nel suo racconto, le barche sono catalizzatori di un dissenso che già da tempo esisteva e cercava una forma riconoscibile, e attribuire alla Flotilla tutto il merito delle piazze sarebbe sbagliato; allo stesso modo lo sarebbe negare ai cosiddetti «equipaggi di terra» un contributo decisivo.
A colpirmi maggiormente durante la fruizione del racconto di Maria Elena è stato il momento precedente al climax (raggiunto con il sequestro illegale in acque internazionali ad opera dell’IDF), quello del coinvolgimento del Presidente Mattarella e della sua richiesta di deviare la rotta (respinta dal movimento attraverso la stessa Delia). In particolare, di lì a poco, quando fu richiamata in Italia e decise di tornare, fu il sumud a entrare nei palazzi per esercitare la pressione politica necessaria, volta al ripristino della legalità internazionale. La telefonata con Tajani da un aeroporto tedesco, «con il sale del mare ancora sulla pelle», e l’incontro con Crosetto in una caserma dei carabinieri, dove il ministro le fa notare quanto suoni violenta l’espressione «break the siege» e lei gli ricorda che la rottura riguarda un blocco contrario al diritto internazionale. In quelle pagine si vede da vicino come funziona la pressione politica quando entra nei palazzi. Per usare le parole di Maria Elena:
«Ognuno di noi deve essere al posto giusto al momento giusto.»
Il carattere trasformativo di quella esperienza toccava anche la sfera personale, invitandomi a rivedere il modo in cui approcciavo il mio mestiere.
Prestare ascolto a chi parla o a chi resta in silenzio, a chi occupa spazi o svolge un lavoro invisibile, distribuire con fiducia il rischio, i carichi e le responsabilità, condividendo la stessa tensione che ho riconosciuto nelle pagine del libro. La tensione nel tenere la porta aperta. All eyes on Gaza per organizzarsi e pretendere conseguenze. Per mostrare l’orrore del genocidio e fare di tutto per porre fine ad esso, fino alla Palestina libera.
C’è una parte del libro in cui si avverte quasi fisicamente la sensazione di estraneità che Maria Elena prova quando, in viaggio in treno per Roma, osserva attorno a sé altri viaggiatori e pendolari immersi nelle loro cose, chiedendosi se qualcuno tra loro fosse sceso in piazza nei giorni delle mobilitazioni e se l’apparente separazione tra le loro vite e quella delle barche sia reale o meno. A me sembra costruita dalle circostanze che, in un modo o in un altro, finiscono per caratterizzare la vita di ciascuno di noi.
Se ci avviciniamo e ingrandiamo questa separazione apparente, ci rendiamo conto che la linea che ci separa può essere tracciata all’indietro fino a individuare chi l’ha costruita e gli interessi materiali che la informano.
La domanda su cosa c’entri Gaza con l’Italia merita una risposta seria, soprattutto per chi non la pone per cinismo, ma perché magari ha un salario bloccato da anni, una bolletta che sale vertiginosamente e crede che la politica estera sia soltanto un lusso che può passare in secondo piano. La risposta sta proprio nelle necessità di chi si pone la domanda, in quegli stessi elementi su cui si chiede alla politica di concentrarsi prima che sul genocidio.
La guerra regionale, iniziata a Gaza e progressivamente allargata fino a Hormuz, ha fatto salire in Italia il prezzo all’ingrosso dell’elettricità di oltre il 50%. Non dimentichiamo che la cessazione del genocidio e la liberazione della Palestina dall’occupazione illegale israeliana restano tra i punti fermi dei negoziati per la risoluzione del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran. Nei dati raccolti dal Fatto Quotidiano (articolo di Nicola Borzi del 1° ottobre 2026), la Cgia di Mestre stima un impatto per famiglie e imprese di quasi 29 miliardi di euro entro fine 2026, mentre Assoutenti calcola un aggravio potenziale di oltre 900 euro l’anno per ogni nucleo familiare. Se allarghiamo l’inquadratura alla guerra in Ucraina, il conto dal 2022 arriva a circa 140 miliardi. Intanto, secondo l’Ocse, all’inizio dell’anno i salari italiani valevano in termini reali il 6% in meno rispetto a cinque anni prima, in piena pandemia.
È proprio per questo, oltre che per i valori in cui molti di noi sono cresciuti, che la lotta per il ripristino della legalità internazionale assume connotati più materiali che mai.
Un paese che rinuncia a una politica estera degna di questo nome, che si appiattisce sulle posizioni che mirano dritte all’escalation attraverso la violazione quotidiana del diritto, è un paese che accetta il costo senza avere un ruolo decisionale. Costo che ricade sulle spalle delle stesse persone che ancora credono che Gaza sia lontana, persone a cui è doveroso rivolgersi con la stessa lucidità e sensibilità che Maria Elena usa nel suo memoir. A poco serve ormai un’altra immagine dell’orrore; è necessario, invece, riconoscere che le nostre vite sono inevitabilmente già parte di questa storia. Ed è questo l’invito che mi porto dietro da quando ho chiuso il libro.
Raouf Farrah è un ricercatore e attivista algerino specializzato nella geopolitica del Nord Africa e del Sahel, nei processi di decolonizzazione e nei movimenti transnazionali di solidarietà. È co-curatore di Rising for Palestine: Africans in Solidarity for Decolonisation and Liberation (Pluto Press, 2026) e co-coordina il lavoro di impatto politico e le campagne della Global Sumud Flotilla.


