«Cresciamo in un parco giochi per turisti, in una città che per noi è troppo cara».
Così Damiano, diciottenne che frequenta un liceo scientifico romano, ha descritto alla giornalista belga Ine Roox la città in cui dovrebbe cominciare a immaginare la propria vita adulta. Il 30 ottobre, Francesca, che, come Damiano, ha diciotto anni, intervistata durante il corteo dello sciopero generale, ha raccontato che sua madre guadagna 1.600 euro al mese e ne paga 1.000 di affitto. «Stiamo con le pezze al culo», recita il suo cartello. La politica deve fare i conti con un reddito insufficiente, una casa che lo prosciuga, un riarmo che assorbe risorse necessarie alla scuola, alla sanità e ai servizi.
Il giorno dopo lo sciopero, Stefano Feltri si è giustamente chiesto, nei suoi «Appunti», perché il malcontento verso il governo non si traduca in consenso per le opposizioni. Ne «La sinistra si sta perdendo le piazze», Feltri indica che lo sciopero generale USB ha rivelato un popolo che cerca rappresentanza, mentre il cosiddetto «campo largo» continua a offrire impegni di spesa, però, privi di coperture cristalline. Nell’intervista che accompagna il pezzo, Roberto Tamborini distingue una sinistra che non osa parlare di equità fiscale da una che invece vorrebbe farlo, ma non riesce a elaborare un piano in cui siano chiari benefici e beneficiari, né a comunicarlo efficacemente.
