Orfani di una realtà condivisa
La guerra è già persa e l’abbiamo persa tutti.
Quando una società in movimento viene stretta tra repressione interna e guerra esterna, l’orfanezza politica prende forma. La guerra in Iran lo mostra con brutalità.
In una recente intervista al Fatto Quotidiano, Sanam Naraghi Anderlini, attivista per la pace e la democrazia, fondatrice dell’International Civil Society Action Network, sostiene che i movimenti della società civile in Iran, pur avendo avuto un ruolo importante nel rivendicare diritti e nell’offrire alternative al potere statale, oggi si trovano schiacciati tra la repressione brutale dello Stato e l’impatto distruttivo del conflitto esterno. Le persone comuni e i loro sforzi vengono messi da parte, mentre la conversazione si sposta verso questioni calate dall’alto, leadership, successione, strategia regionale.
“Noi iraniani siamo in una tenaglia: da un lato un regime pronto a sacrificare la nazione per la sua sopravvivenza, dall’altra opposizioni estremiste come il gruppo che sostiene Pahlavi o la setta del Mek che pure sono pronte a sacrificare la nazione per il loro odio contro il regime”.
[Sanam Naraghi Anderlini]
Quella tenaglia non riguarda solo l’Iran. In Sudan, come in Myanmar, i civili si ritrovano schiacciati tra repressione interna, guerra e apparati armati che parlano in loro nome mentre li espongono alla distruzione. Ma questa logica non riguarda solo il “Sud” del mondo. Anche negli Stati Uniti, la stretta federale sull’immigrazione a Minneapolis ha mostrato come il vuoto politico possa essere colmato da apparati coercitivi. Contesti diversi mostrano, in forme diverse, lo stesso slittamento: quando la società perde i propri strumenti di mediazione, la scena viene occupata dalla forza. Confondere la decapitazione dei vertici di un regime con un cambiamento reale è una strategia fallimentare, soprattutto in un sistema politico a forte connotazione collettivista come quello iraniano. La guerra è già persa e l’abbiamo persa tutti. Le piogge tossiche, il rischio di fuoriuscite nucleari e i bombardamenti a tappeto in Iran colpiscono tutti, a prescindere dallo schieramento. L'Epic Fury di Trump lascia orfani gli iraniani, diaspora inclusa, che avevano invocato un intervento per liberarsi dal regime.
Su Zeteo, Alireza Nader, studioso dell’Iran ed ex analista senior alla RAND, oggi descrive il pahlavismo come una deriva sempre più pericolosa e incompatibile con una transizione democratica credibile. Un passaggio rilevante, anche perché proviene da chi, in passato, ha sostenuto il regime change ed è stato vicino a Reza Pahlavi.
Questa orfanezza politica oggi si colloca in un problema ancora più profondo: lo smarrimento di una realtà condivisa, di un accordo minimo sui fatti di base, anche quando si è in disaccordo sulle opinioni o sulle soluzioni.
Ogni conflitto ha sempre portato con sé una guerra di storie: fact-checking, smentite, fonti sconosciute, video montati, immagini distorte, voci che si diffondono a velocità estrema. Nel contesto della rivoluzione industriale delle intelligenze artificiali, siamo ben oltre l’equazione “vedere uguale credere”. Il deepfake incrina l’idea stessa di prova condivisa e alimenta una pericolosa zona grigia in cui tutto può essere creduto e negato.
Questa frattura non resta confinata alla guerra. Investe anche il terreno più materiale di tutti. Nulla la rende più visibile del clima.
Dati, incendi, alluvioni, ondate di calore, danni sistemici. Eppure il terreno comune del riconoscimento continua a restringersi. Conosciamo di più e agiamo di meno. Il ritorno del trumpiano “drill, baby, drill” lo mostra bene. Non solo perché ripropone il fossile come risposta politica, ma anche perché non regge neppure nella propria logica. La produzione americana rallenta, le compagnie preferiscono i buyback e l’equilibrio finanziario, e nessuna corsa interna al petrolio potrebbe compensare uno shock come quello di Hormuz. Anche in Europa, mentre la crisi climatica accelera, il processo decisionale arretra. La cornice narrativa promette il controllo, mentre la realtà restituisce il limite.
Per provare a interpretare la realtà di oggi è utile riaprire la Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano di Edward Gibbon (1737-1794). Gibbon ci aiuta a leggere il crollo sistemico come un processo politico di indebolimento del potere dall’interno, nel tempo, anche quando l’ordine appare ancora forte. Per lui questo accade quando le parti di una società restano in piedi mentre la loro forza reale svanisce. La Roma di Gibbon si mostra stabile, ma in realtà perde unità, partecipazione pubblica e capacità di governo. La sfera pubblica si svuota di credibilità. L’apparato resta, ma non ricuce più il legame con chi dovrebbe rappresentare. Oggi rivediamo lo stesso schema. Istituzioni come le università, l’esercito, le organizzazioni religiose, i media e la polizia continuano a esistere e a svolgere la propria funzione ordinaria, ma la fiducia nella loro capacità di affrontare le sfide più grandi si sta erodendo.
Se la crisi risiede nel fatto che le istituzioni continuano a modellare gli eventi dopo aver perso la capacità di prevederli e di governarli, sta a noi spostare l’attenzione da chi comanda a chi soffre o viene escluso. Malcolm Ferdinand (1985), con l’ecologia decoloniale, mostra come il presente renda visibile che ciò che appariva un sistema equo e funzionale sia stato, in realtà, ingiusto per molti fin dall’origine. Per questa ragione, attraverso l’immagine della “nave-mondo”, Ferdinand offre una via d’uscita verso un mondo giusto per tutti. Non la salvezza di pochi eletti, né la costruzione di un’arca esclusiva, ma una prospettiva che modifica il modo di discutere dell’ecologia attraverso la condivisione, il riconoscimento reciproco e la riparazione delle ingiustizie storiche. I gruppi esclusi dalla storia riemergono come soggetti reali, non più come simboli. Anche il concetto di universalità richiede un ripensamento, a partire dalla necessità di liberarsi dalla convinzione che l’Occidente sia il modello predominante. Se si limita a cambiare l’involucro senza modificare la logica fondamentale, il problema rimarrà invariato.
Nel capitolo finale de «La sesta estinzione», la premio Pulitzer Elizabeth Kolbert illustra una scena molto concreta. Piccole provette immerse nell’azoto liquido, contenenti colture cellulari e frammenti biologici di specie animali scomparse o prossime all’estinzione, mentre all’esterno si aggravano le condizioni che ne consentivano la vita.
Ciò che colpisce oggi è che quella scena inizia a parlare anche di noi. Non ci limitiamo più ad archiviare le specie che stiamo perdendo; abbiamo iniziato a conservare anche noi stessi. Una provetta di intelligenza artificiale, potremmo dire, in cui trattenere una parvenza di presenza mentre si deteriorano le condizioni che la rendevano viva. È l’estremizzazione di un medesimo gesto: non fermare la perdita, ma amministrarne le reliquie. Eppure anche qui, dove i fatti sono chiari, il riconoscimento del reale resta incerto; la negazione si trasforma in un rinvio e quest’ultimo si trasforma in illusioni di soluzione tecnica. Idee come la geoingegneria o la fuga dal pianeta promettono di preservare il sistema che ha generato la crisi, invece di affrontare il difficile lavoro del cambiamento radicale.
Il cambiamento climatico, oltre al nostro comfort presente e futuro, riguarda una specie che modella il futuro di molte altre. Significa restringere il mondo vivente per adattarlo ai limiti di una civiltà che continua a pensarsi separata dalla natura. Qui si palesa la crisi della realtà condivisa, poiché sappiamo abbastanza per capire che cosa è in gioco, ma non disponiamo ancora di una cornice politica comune sufficientemente forte da trasformare questa conoscenza in azione concreta.
Ecco perché il termine “orfani” va preso sul serio. Non solo della pace, del diritto o della rappresentanza, ma anche della realtà stessa. Quando viene meno il terreno minimo del reale, ogni crisi diventa più complessa da gestire. Il cambiamento climatico si trasforma in una battaglia culturale, il genocidio in una disputa lessicale, le minacce nucleari in un teatro di marionette. La realtà perde consistenza nel discorso pubblico, diventando qualcosa da sfruttare, vendere, contestare e diffondere sui media. Ma è proprio qui che il discorso deve rovesciarsi.
Lo slancio per ricostruire il tessuto del mondo non verrà dai centri che hanno amministrato la frattura come se fosse governabile. Verrà dagli orfani, da chi quella frattura l’ha attraversata nel corpo e nella vita comune.
È necessario ricostruire il tessuto del mondo. Servono sistemi giuridici e politici capaci di stabilire doveri condivisi, diritti riconoscibili, sanzioni efficaci e strumenti di redistribuzione proporzionati alla scala del danno. In altre parole, le condizioni minime di appartenenza a una comunità umana che non sia di carta, ma di pratiche. Anche la rappresentanza va ripensata, oltre i confini, a partire da popolazioni, vulnerabilità e geografie, per adottare un altro criterio di misura del potere verso una democrazia autentica e possibile.
“Superare queste fratture richiede allora di prendere sul serio le continuità tra umani e non umani. Quello che accade alla terra, ai suoli e alle foreste si ripercuote nei corpi stessi degli umani e nelle loro condizioni sociali e politiche di vita, e viceversa. [...] Tenere insieme antischiavismo, anticolonialismo e ambientalismo, disfarsi dell’ombra della stiva dell’Antropocene: questo è il compito di un’ecologia decoloniale.”
[Malcolm Ferdinand, Un’ecologia decoloniale: pensare l’ecologia dal mondo caraibico, Tamu, 2019]
Il punto, a questo stadio, non è più enunciare un orizzonte. È capire quale forza possa renderlo praticabile e da quale livello partire. Se questa ricostruzione appare oggi fuori portata per la classe dirigente globale, non possiamo permetterci di arretrare. Dobbiamo capire da dove ricominciare.
Si può ripartire dalle città, dai quartieri, dai territori, lì dove la vita comune è ancora visibile, misurabile, contendibile. Sia in Italia che negli Stati Uniti, infatti, la fiducia politica tende a crescere quando l’esperienza locale funziona e l’istituzione è percepita come vicina, visibile e misurabile nella vita quotidiana.
Di fronte a guerre opache, propaganda di massa e accelerazione tecnologica, fatichiamo sempre più a concordare su cosa costituisca la realtà. Mentre il divario tra i cittadini e i riferimenti istituzionali si inasprisce, tracciamo la linea rossa tra il continuare a navigare nella tempesta delle narrazioni e l’iniziare a costruire le condizioni minime per una realtà condivisa, prima che tutto — politica, diritto e vita — si riduca in macerie.
“Dove sono le nostre lacrime? Chi piange per questo dolore?
Dove possono andare queste famiglie sotto la pioggia?
I bambini di Jessore Road chiudono i loro grandi occhi.
Dove dormiremo quando nostro Padre morirà?”
Allen Ginsberg, September on Jessore Road, novembre 1971







