Giorno dopo giorno mi sorprendo di quanto le piccole cose quotidiane siano, in realtà, più rappresentative delle fratture sociali che stiamo attraversando rispetto ai grandi eventi geopolitici. Una chiacchiera tra vecchi amici, una passeggiata col cane al parco o la fila ai cancelli del concerto che aspettavi da un anno possono rivelare evidenze che altrimenti sarebbero difficili da decifrare, stando semplicemente a ciò che ci arriva filtrato dall’algoritmo o dalle redazioni dei notiziari.
In questo articolo, facendo leva sul gioco di parole proposto dal titolo, parto da un paio di esempi che mi è capitato di osservare o che mi sono stati raccontati di recente da testimoni per far luce su fratture di cui la politica deve necessariamente occuparsi prima che diventino emergenze. (Beh, a dirla tutta, le emergenze lo sono già, ma è sempre bene affinare lo sguardo per fare in modo che piccoli episodi del genere vengano esaminati fino in fondo, per capire dove intervenire esattamente e prevenirne la degenerazione).
Partiamo dall’immagine di un autobus notturno che circola per le periferie di Milano.
L’autista è un neopadre di famiglia, venuto dal meridione per quel posto fisso ottenuto dopo tanti sacrifici; deve fare gli straordinari per racimolare il più possibile e tirare avanti. Quella notte di novembre, però, il riscaldamento è insufficiente; fa freddo. Un passeggero si alza per parlare con l’autista e chiede di alzare il riscaldamento, perché il tragitto è lungo e il freddo è ormai intollerabile. Il passeggero non è italiano, è qui da poco e non parla ancora benissimo; quello che sa l’ha imparato dai suoi capi nel cantiere dove lavora e il suo registro non è sicuramente tra i migliori. Per questo, avanzando la richiesta con un tono abbastanza diretto, infastidisce il giovane autista che dalla poltrona di guida si affretta ad aprire la porticina di vetro per scagliarsi contro il malcapitato con fare aggressivo. Per poco non si arriva alle mani dentro una scatola di lamiera fredda e, in tutto ciò, nessuno dei due ha abbassato il riscaldamento.
La seconda immagine si colloca in un caldo pomeriggio di giugno a Bologna, nel pieno centro.
Una signora anziana esce dal supermercato e si fa spazio, buste in mano, tra ciò che resta di un cantiere in fase di smantellamento. Affacciatasi oltre il portico, una bici elettrica per poco non la investe. Chi guida è un rider in fase di consegna, che riesce appena a scansarla prima di essere rincorso da ogni tipo di insulto da parte di chi, per poco, non ci è rimasto secco. Nessuno dei due ha deciso per quanto tempo quella consegna dovesse durare.
Scene ordinarie, insomma, in cui chiunque potrebbe prima o poi ritrovarsi e che indicano una “red flag” grossa come una casa.
Nessuna delle due scene merita la prima pagina, eppure sono situazioni semplici della vita reale che vale la pena osservare prima, perché è esattamente lì che la frattura sociale emerge: quando l’autista e il passeggero si ritrovano faccia a faccia sul punto di darsele, quando il rider taglia la strada alla signora che la attraversa. Quest’ultima, il rider, l’autista e il passeggero immigrato appartengono a bolle. Bolle di sapone in cui ciascuno di essi ritrova una comfort zone in un quotidiano sempre più difficile da affrontare. Bolle che, in quanto tali, sono destinate a scontrarsi ed esplodere o implodere da sole, in una polarizzazione decisa altrove che sterilizza sul nascere ogni possibilità di incontro e di riconoscimento reciproco.
Pasolini è stato eloquente a riguardo. Nel giugno del ’68 l’Espresso pubblicò in anteprima una sua poesia che gli sarebbe rimasta addosso per sempre, a proposito degli scontri di Valle Giulia.
«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano»
Pasolini non stava con la polizia. Stava con gli operai. In quel poema stava semplicemente chiedendo agli studenti di lasciarsi alle spalle la propria appartenenza di classe per convergere nella vera lotta, non in quella apparente.
La rivista, intitolando autonomamente il pezzo “Vi odio, cari studenti”, contribuì a dare una seconda vita alla composizione e a orientarne la ricezione. Eppure, la lezione strategica di PPP, poeta corsaro, resta utile per puntare i riflettori sul momento in cui due gruppi di sfruttati si affrontano a viso aperto, mentre qualcuno può già proclamare la vittoria senza scendere in strada. Una lezione che vale ancora oggi, in cui chi detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione genera algoritmi che isolano gli utenti in raggruppamenti specifici, i cluster, con l’effetto di ostacolare il riconoscimento di classe, o meglio, il maturare della coscienza rivoluzionaria di classe.

Quindi chi ha impostato il termostato sul notturno e chi decide i tempi di consegna dei rider?
Nell’ottobre 2022, per far fronte alla crisi energetica aperta dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla conseguente drastica riduzione delle forniture di gas russo, il Comune di Milano annunciò un piano straordinario di contenimento dei consumi e chiese ad ATM «uno sforzo», come lo definì il sindaco Sala, per abbassare di 2 gradi la temperatura sugli autobus elettrici, sui tram e sui treni della linea M2. L’UE aveva già chiesto agli Stati membri di ridurre la domanda di gas del 15%, lasciando a governi e amministrazioni locali la scelta degli interventi. Se altri Paesi (come la Spagna, la Francia e la Germania) optarono per misure analoghe, soprattutto per gli edifici pubblici e commerciali, Palazzo Marino incluse il trasporto pubblico ATM tra le misure più visibili. Le impostazioni del termostato su quel notturno, dunque, non erano certo responsabilità dell’autista. La cornice risaliva all’Europa; la decisione politica fu presa dal Comune per poi essere tradotta in pratica dall’azienda.
Nel caso della signora e del rider, va chiamata in causa la natura stessa del servizio di delivery, divenuto ancora più presente nella vita quotidiana a partire dal 2020, durante i lockdown. Proprio agli sgoccioli di quell’annus horribilis, il 31 dicembre 2020, il Tribunale di Bologna dichiarò discriminatorio il sistema con cui Deliveroo stabiliva l’ordine di accesso alla prenotazione delle sessioni di lavoro, penalizzando le cancellazioni tardive e le assenze senza distinguere adeguatamente tra uno sciopero o un’altra ragione protetta e una rinuncia priva di giustificazione. Tutto ciò a dimostrazione che questa cecità selettiva non fosse inevitabile, ma che invece qualcuno avesse scelto quali eccezioni riconoscere e quali no. A Milano, l’anno seguente, nell’ottobre 2021, arrivò la condanna per caporalato nei confronti di uno dei responsabili delle società di intermediazione che fornivano i fattorini a Uber Eats. Un altro procedimento, invece, riguardava le principali piattaforme e l’inquadramento di circa sessantamila fattorini come autonomi. Nel 2023 il Tribunale di Milano confermò l’applicazione delle tutele del lavoro subordinato ai rider di Uber Eats esaminati. Fu il procuratore Francesco Greco a descrivere la dinamica con un’immagine precisa: «Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli».
La scala sbagliata
Nel 2025, mentre l’Istat dimostrava che oltre l’85% delle risorse del taglio dell’IRPEF sarebbe andato ai due quinti più ricchi delle famiglie, il ministro Giorgetti spostò il confronto chiedendo se davvero potesse essere considerato «ricco» chi guadagna poco più di 2.000 euro al mese. La Verità completò la cornice parlando di «lotta di classe» contro chi ne prende 2.500, con il titolo e la foto di Schlein. Il ritornello era semplice e costruito a regola d’arte: la sinistra ce l’ha con te.
Non prendiamoci in giro, le differenze tra chi prende 2.000 euro, chi sopravvive di lavoro povero e i 5,7 milioni in povertà assoluta esistono e si toccano. Lo sforzo consiste nell’allargare l’inquadratura e nell’accorgersi che nel 2025 il 5% più ricco delle famiglie deteneva il 49,4% della ricchezza nazionale, in aumento rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, anche il vertice più estremo si è allargato. Stando ai dati di Forbes Italia, nel 2026 i miliardari del Bel Paese sono ormai 90 (pur elencandone 87), dai 74 dell’anno precedente, mentre il loro portafoglio si è ingrassato da 339 a 483,9 miliardi di dollari.
A questa scala, ci rendiamo conto che posizioni molto distanti nel quotidiano finiscono per stare dalla stessa parte della sproporzione patrimoniale.

È in questo punto che le cornici narrative, come quella confezionata da La Verità per colpire la segretaria del PD, diventano politicamente efficaci. Inabissano il conflitto verticale e isolano le distanze laterali fino a farle apparire come confini. Se, sul notturno, i due fossero arrivati alle mani o la donna con le buste fosse finita a terra, sappiamo già quanto sarebbe stato facile ridurre tutto a titoli come «autista aggredito da immigrato» o «rider pirata investe anziana». L’autista contro il passeggero, razzializzato, la signora contro il rider. E, ancora una volta, avremmo discusso dei personaggi senza scovare la mano che regola il termostato o che imposta l’orario di consegna. Lasciando fuori fuoco il resto.
Poi i miliardari del tech fanno il resto: gestiscono le informazioni personali di chiunque aderisca ai loro sistemi e, in modo sempre più pervasivo, dimostrano di poter amplificare i nostri desideri e le nostre paure, accelerando anche il modo in cui quelle paure si trasformano in rabbia.

Come ho scritto in Orfani di una realtà condivisa, è ormai faticoso persino concordare su che cosa costituisca la realtà. Come abbiamo visto a Ceuta, è diventato troppo facile organizzare un confronto tra due parti che hanno già perso, mentre chi trae vantaggio da quella polarizzazione resta immune, coibentato. Ma il conflitto accade dove i corpi si toccano, e ha i suoi frutti. Del resto, l’autista stesso mi ha confessato che ormai si considera di destra, proprio mentre narrava l’episodio!
La politica deve intervenire proprio lì, nel tocco: nel secondo sospeso in cui due vite si sfiorano e ancora non è deciso se sarà incontro o urto. Restarci abbastanza a lungo da scegliere da che parte guardare è già una posizione politica.
Siamo disposti, pur di uscirne, a riconoscerci anche tra persone molto diverse, senza cancellare quelle differenze né lasciarle diventare un confine politico?
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