Come la mafia - Parte 3
Impunità, oligarchia e la parte che spetta all’Italia oltre quel «certo punto»
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«Secondo me il blocco è una violazione del diritto» […] «Comunque, quello che dice il diritto è importante, ma fino a un certo punto».

Così si è espresso Antonio Tajani, ministro degli Esteri del nostro Paese, a Porta a Porta il primo ottobre 2025, mentre la trasmissione mostrava le immagini della marina israeliana che abbordava illegalmente la Global Sumud Flotilla in acque internazionali. Quel momento ha rivelato la portata della frattura sociale che stavamo attraversando in quei giorni: il diritto vale come principio generale finché non incontra un interesse che conta davvero. Rispetto agli standard del suo mestiere, il ministro degli Esteri stava mostrando senza pudore dove il suo governo tracciava il confine.
Se si ripercorre la storia istituzionale dell’Italia repubblicana, la cui genesi non fu priva di ombre, si trova uno Stato che, pur disponendo di un sistema di giustizia penale funzionante, ha faticato per decenni a colpire Cosa Nostra come sistema di potere, per le ragioni richiamate nella prima parte di questa serie. Fu qui che Giovanni Falcone contribuì in modo decisivo a trattare la mafia come un sistema dotato di una propria struttura, di flussi finanziari, di catene logistiche e di protezioni politiche, e non come una patologia culturale con cui convivere. E proprio perché era un sistema, poteva essere smantellato, a condizione che si forgiassero gli strumenti adatti e che li si impiegasse anche contro le resistenze interne alle istituzioni. Il pool antimafia, il «follow-the-money», i collaboratori di giustizia, i patrimoni confiscati e il regime carcerario duro per i boss non nacquero da una maturazione spontanea dello Stato, ma furono conquiste di un conflitto istituzionale prolungato, spesso pagate con il sangue.
Questo non significa che gli strumenti dell’antimafia italiana abbiano funzionato alla perfezione né che costituiscano un modello compiuto da esportare. Non lo erano allora e non lo sono oggi. Perfino la Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale, del 2000, che raccolse e sviluppò alcune delle intuizioni di Falcone, ha impiegato ben diciotto anni per dotarsi di un meccanismo di revisione che gli analisti considerano ancora troppo debole per incidere nella pratica. L’applicazione delle confische patrimoniali resta disomogenea perfino tra le regioni italiane, mentre il 41-bis viene contestato sul piano dei diritti umani anche da chi sostiene il progetto antimafia nel suo complesso. Chi cercasse un modello italiano da imitare rimarrebbe deluso.
C’è però qualcosa di più circoscritto che si può trasferire. Se il diritto è una materia da sottoporre a verifica continua, e se ogni sistema di impunità organizzata costruisce deliberatamente i propri punti ciechi, vuoti di giurisdizione, eccezioni procedurali, definizioni ristrette, allora il contributo decisivo di Falcone sta nell’aver mostrato che quei punti deboli possono essere resi visibili e riprogettati. È l’approccio sistemico a fare la differenza, più che i singoli strumenti.
Dove concentrare lo scontro
Di recente ho partecipato a un incontro politico in cui una delle relatrici ha elencato tutti i modi in cui studiosi e politici spiegano l’origine dei problemi che l’impunità produce nella società contemporanea: «tecnofeudalesimo» con Varoufakis, «capitalismo della sorveglianza» con Zuboff, «capitalismo cannibale» con Fraser, «post-democrazia» con Crouch, e così via. Eppure, per quanto sia allettante recitare a memoria un catalogo interminabile delle cause profonde della nostra difficoltà collettiva a costruire un sistema di giustizia equo, indugiare a lungo sulle etichette lascia inevitabilmente campo libero alle dinamiche dell’impunità. Meglio quindi incanalare la lotta in un’unica direzione, neutrale quanto basta per contenere tutte le etichette, e insieme abbastanza precisa da restituire l’identikit del nemico. Quel nemico è l’oligarchia.
Se il termine oligarchia viene ridotto a sinonimo di un pugno di miliardari celebri, l’oligarchia nel senso proprio è descritta bene in un recente video di Johnny Harris: un sistema stratificato e protetto in cui ricchezza e accesso politico comprano distanza dalla legge, rafforzandosi a vicenda, finché essere abbastanza ricchi e ben introdotti finisce per creare una giurisdizione a sé. Puntare lo sguardo sull’oligarchia permette di individuare il tessuto connettivo tra soggetti molto diversi: un colono che sa di non rischiare l’incriminazione, un politico sicuro che nessuno riesaminerà la licenza di esportazione delle armi, il circuito di interessi privati rimasto fuori da qualunque fascicolo capace di arrivare a processo. Ma forse nessun esempio recente lo illustra meglio della pubblicazione a rate degli Epstein Files.
Quella pubblicazione che avrebbe dovuto costituire la mappatura definitiva della rete di protezione che per anni ha consentito a un’élite economica e politica di agire impunemente, è stata invece in larga parte derisa dai diretti interessati e degradata a meme o a pettegolezzo mediatico.
Per quanto gli Epstein Files riguardassero reti private e non uno Stato, se ne può comunque trarre un parallelo con apparati nati per servire il pubblico e messi a uso e consumo di pochi.
Il potere concentrato può comprarsi una via d’uscita dalla responsabilità, una giurisdizione, un’eccezione procedurale e un favore diplomatico alla volta. Nella sfera pubblica l’impunità corrompe la gerarchia delle priorità, e una volta accettato in politica estera il principio diventa più facile da accettare ovunque. Quando l’Italia autorizza l’esportazione di armi verso uno Stato sottoposto a un procedimento dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, stabilisce una gerarchia secondo cui il valore economico e strategico di tali forniture prevale sull’obbligo giuridico di non alimentare un conflitto in cui vengono denunciati crimini di guerra.
La parte che spetta all’Italia
Falcone ha portato alla luce i punti deboli deliberati del nostro sistema di giustizia penale, quelli che alimentano l’impunità e che un cambiamento sistemico può colpire. Sul piano internazionale, l’Italia non possiede il peso militare necessario a imporre il rispetto del diritto internazionale e non siede tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Possiede però qualcosa che pochi Paesi possono rivendicare. Ha già combattuto una guerra di logoramento contro un sistema di impunità radicato, capace di comprare pezzi dello Stato, infliggendogli sconfitte decisive.
Quei risultati non furono né gratuiti né rapidi né privi di arretramenti. L’Italia dispone di una forma di autorevolezza politica che non si misura in portaerei. E non guasta che sia anche la terza economia dell’Unione europea e occupi una posizione strategica di primo piano nel Mediterraneo.

Naturalmente un peso del genere produce effetti solo quando viene speso davvero. Sul piano globale, iniziative come la proposta franco-messicana (non vincolante) di riformare il Consiglio di sicurezza limitando il ricorso al veto nei casi di atrocità di massa, o il codice di condotta del gruppo Accountability, Coherence and Transparency delle Nazioni Unite (anch’esso non vincolante), hanno bisogno di Paesi disposti a investirvi peso diplomatico oltre la mera firma di principio. Tra i membri permanenti, soltanto Francia e Regno Unito hanno sottoscritto il codice ACT, mentre le tre potenze indicate in questa serie per l’uso dei propri veti, Russia, Cina e Stati Uniti, non hanno aderito a nessuna delle due iniziative. Il limite è politico prima che tecnico.
Anche la riforma più ragionevole dipende dalla disponibilità del potere a restringere il proprio margine di impunità.
Sul piano europeo, però, l’Italia ha margine per promuovere, per esempio, norme vincolanti di trasparenza sulle esportazioni di armi verso gli Stati sottoposti a procedimenti dinanzi alle corti internazionali, andando oltre gli obblighi generali di rendicontazione già previsti dall’articolo 13 del Trattato sul commercio delle armi. Le commissioni parlamentari d’inchiesta sulle relazioni istituzionali ed economiche tra l’Italia e Paesi accusati di violazioni, come quella sollecitata il 21 settembre 2025 nei confronti di Israele dal Global Movement to Gaza Italia, sono e vanno considerate atti ordinari di trasparenza democratica. Invece di ripararsi dietro presunte immunità procedurali o “posizioni complesse”, l’Italia ha una statura tale da consentirle di dare davvero attuazione allo Statuto di Roma.

Chi paga una giustizia equa?
Affermare la priorità dei diritti umani porta con sé un costo, e fingere il contrario significa negare la realtà. Negli anni Settanta l’ONU impose un embargo sulle armi al Sudafrica dell’apartheid, mai un blocco economico totale e vincolante. Se oggi una misura più ampia colpisse Israele, non è un mistero che la scala sarebbe rilevante. Secondo i dati diffusi dal governo israeliano, nel 2025 le esportazioni israeliane di beni e servizi nel mondo hanno raggiunto circa 169 miliardi di dollari (in crescita del 10%); l’interscambio di merci con l’Unione europea valeva 43,3 miliardi di euro, e quello con l’Italia sfiorava i 4,6 miliardi. Uno studio comparato stima che, nei casi analizzati, gli embarghi ONU totali riducano di oltre cinque punti, in media, la crescita annua del PIL pro capite del Paese colpito. Lo stesso studio, però, non stima quale sarebbe l’effetto sull’occupazione italiana ed europea legata a quegli scambi.

Gridare all’embargo senza considerare le ricadute sociali e senza aver prima disegnato un sistema di tutele per chi quelle ricadute le sentirà nelle proprie tasche, riduce la domanda di giustizia a slogan e la condanna al fallimento.
La politica deve, giocoforza, occuparsene e impedire che accadano due cose insieme: che siano i lavoratori a pagare il conto e che quegli stessi lavoratori siano resi indirettamente complici di violazioni del diritto internazionale.
Questa duplice esigenza riguarderebbe un elettorato molto più ampio di quello che già segue da vicino la geopolitica, perché la questione tocca la qualità stessa della nostra democrazia. Nessuna società assegna per natura il primo posto ai diritti umani. Ce li mettono le forze politiche e culturali capaci di mostrare che lasciarli erodere costa a tutti, in termini economici e di legittimità democratica. È la lezione dell’esperienza antimafia, prima che si irrigidisse in patrimonio da commemorare. Ed è un prezzo che vale la pena pagare.
Come la mafia – Part Three
Impunity, oligarchy, and the part Italy could play beyond that “certain point”
(Third and final part)
“In my view, the blockade is a violation of the law” […] “anyway, what the law says is important, but only up to a certain point.”
That is what Antonio Tajani, Italy’s own foreign minister, said on Porta a Porta on 1 October 2025, as the programme played footage of the Israeli navy illegally boarding the Global Sumud Flotilla in international waters. That moment revealed the full scale of the social rupture we were living through in those days; the law holds as a general principle right up until it meets an interest that genuinely counts. By the standards of his own profession, the foreign minister was brazenly revealing where his government drew the line.
Trace the institutional history of republican Italy, whose origins were not without their shadows, and you find a state that, despite having a working criminal justice system, struggled for decades to strike at Cosa Nostra as a system of power, for the reasons set out in Part I of this series. It was here that Giovanni Falcone made a decisive contribution to treating the Mafia as a system with its own structure, financial flows, logistical chains and political protection, rather than as a cultural pathology to be lived with. Precisely because it was a system, it could be dismantled, provided that the right tools were forged and used even against resistance inside the institutions themselves. The anti-mafia pool, investigations that followed the money, state witnesses, asset confiscation, and the hard prison regime for bosses did not emerge from any spontaneous maturing of the state, but were won through prolonged institutional conflict, and often paid for in blood.
That is not to say that Italy’s anti-mafia instruments have worked flawlessly or amount to a finished model for export. They were not one then and they are not one now. Even the 2000 Palermo Convention against Transnational Organized Crime, which drew on and developed some of Falcone’s ideas, took a full 18 years to acquire a review mechanism that analysts still consider too weak to do anything in practice. The application of asset confiscation remains uneven even between Italian regions, while the 41-bis regime is challenged on human rights grounds by people who nevertheless support the anti-mafia project as a whole. In short, anyone looking for an Italian model to emulate would come away disappointed.
There is, though, something narrower that does transfer. If the law is a body of work that requires continuous scrutiny, and if every system of organised impunity deliberately constructs its own blind spots, gaps in jurisdiction, procedural exceptions, and limited definitions, then Falcone’s decisive contribution lies in having shown that those weak points can be made visible and redesigned. It is the systemic approach that makes the difference, more than any individual instrument.
Where to concentrate the fight
I recently sat in on a political meeting where one of the speakers ran through all the ways scholars and politicians explain the origin of modern society’s impunity-driven problems: ‘technofeudalism’ with Varoufakis, ‘surveillance capitalism’ with Zuboff, ‘cannibal capitalism’ with Fraser, ‘post-democracy’ with Crouch, and so on. And yet, while it is no doubt tempting to recite an endless catalogue of root causes of our collective struggle to achieve an equitable system of justice, dwelling too long on labels leaves wide open a space for impunity dynamics to take hold. The fight has to be channelled in a single direction, neutral enough to hold all labels, yet precise enough to produce a recognisable likeness of the enemy. That enemy is oligarchy.
While the term oligarchy tends to be reduced to a shorthand for a handful of celebrity billionaires, oligarchy in the truest sense is best described by a recent Johnny Harris video: a stratified and protected system in which wealth and political access buy distance from the law, reinforcing one another, until being rich and well connected enough ends up creating a jurisdiction of its own. Directing our focus towards oligarchy identifies the connective tissue between very different actors: a settler who knows he faces no realistic prospect of indictment, a politician confident that nobody will reopen the arms export licence, the circuit of private interests that has stayed clear of any case file with the potential of prosecution. But perhaps no recent example illustrates this better than the piecemeal release of the Epstein files. The release should have amounted to a definitive map of the protection network that allowed an economic and political elite to act with impunity for years, but has instead been largely laughed off by the very people concerned and downgraded to memes and media gossip. Although the Epstein files concerned private networks rather than a state, we can nevertheless draw parallels to the machinery built to serve the public being turned to serve the few.
Concentrated power can buy its way out of accountability, one jurisdiction, one procedural exception and one diplomatic favour at a time. In the public sphere, impunity corrupts the hierarchy of public priorities and once accepted in foreign policy, the principle becomes easier to accept anywhere. When Italy authorises arms exports to a state facing proceedings before the International Court of Justice, it establishes a hierarchy in which the economic and strategic value of those supplies outweighs the legal obligation to not feed a conflict in which war crimes are being alleged.
The part that falls to Italy
Falcone exposed the deliberate weak points in our criminal justice system that sustain impunity and that systemic change can address. Internationally, Italy does not have the military weight to enforce respect for international law and does not sit among the permanent members of the Security Council. It does however have something few countries can claim. It has already fought a war of attrition against an entrenched system of impunity capable of buying up pieces of the state, inflicting decisive defeats upon it. Those achievements were neither cost-free nor swift, and they were accompanied by serious setbacks. Italy holds a form of political authority that can’t be measured in aircraft carriers. It doesn’t hurt that it is also the third-largest economy in the European Union and occupies a leading strategic position in the Mediterranean.
Of course that kind of authoritative weight produces results only when actually used. Globally, calls like the French-Mexican (non-binding) proposal to reform the Security Council by limiting the veto in cases of mass atrocity or the UN’s Accountability, Coherence and Transparency group’s code of conduct (again, non-binding) need countries willing to invest diplomatic weight beyond a signature of principle. Among the permanent members, only France and the United Kingdom have signed the ACT code, while the three powers identified in this series for their use of the veto, Russia, China, and the United States, have not joined either initiative. The limit here is political before it is technical. Even the most reasonable reform depends on power being willing to narrow its own margin of impunity.
At the European level, however, Italy does have room to, for example, press for binding transparency rules on arms exports to states facing proceedings before international courts, going beyond the general reporting obligations already established by Article 13 of the Arms Trade Treaty. Parliamentary commissions of inquiry into institutional and economic relations between Italy and countries accused of violations, like the one called for on 21 September 2025 in relation to Israel by Global Movement to Gaza Italia, are and should be considered ordinary acts of democratic transparency. Instead of hiding behind so-called procedural immunities or ‘complex positions’, Italy has unique standing to fully implement the Rome Statute.
Who pays for equitable justice?
Asserting the primacy of human rights carries a cost, and to pretend otherwise denies reality. In the 1970s, the UN imposed an arms embargo on apartheid South Africa, but never a total, binding economic blockade. If a broader measure were applied to Israel today, it’s no secret that the scale would be substantial. According to figures released by the Israeli government, in 2025, Israel’s global exports of goods and services reached around 169 billion dollars (+10%); trade in goods with the European Union was worth 43.3 billion euros, and trade with Italy came close to 4.6 billion. One comparative study estimates that, across the cases analyzed, comprehensive UN economic sanctions reduced annual real per capita GDP growth by more than five percentage points on average. Importantly, the study does not, however, estimate the potential effect on Italian and European employment linked to those trade flows. Calling for an embargo without weighing the social fallout, and without first designing a system of protections for the people who will feel that fallout in their own pockets, reduces the demand for justice to a slogan and condemns it to failure. Politics has no choice but to take this on and prevent two things from happening at once: that workers are left to pay the bill, and that those same workers are made indirect accomplices to breaches of international law.
That double requirement would reach a far wider electorate than the one that already closely follows geopolitics, because the issue bears on the quality of our democracy itself. No society prioritizes human rights by nature. They are put there by the political and cultural forces capable of showing that letting them erode costs everyone, in economic terms and in democratic legitimacy. That is the lesson of the anti-mafia experience, before it hardened into heritage to be commemorated. It is a price worth paying.


