Qualche giorno fa, a margine di un dibattito su guerra e informazione pubblica, si parlava su come presentarsi agli elettori con una proposta autonoma, che non si riducesse né al «cambiare tutto» né a un riformismo ormai consumato nel linguaggio, figuriamoci nell’immaginario. Nel parlare ho pronunciato quasi d’istinto il verbo «aggiustare».
Da allora quel verbo ha cominciato a assillarmi, perfino di notte.
Sarà forse qualcosa di troppo soft da proporre in un clima così polarizzato come quello della politica contemporanea?
Poi, scrollando distrattamente Instagram, mi sono imbattuto in un breve spezzone di un’intervista a Federico Fellini. Una di quelle cose che capitano, appunto, al momento «giusto». E lì ho cominciato a capire che, dentro quell’«aggiustare», c’era qualcosa di politicamente più profondo di quanto avessi intuito sul momento. Qualcosa che ha a che fare con la cura e con una certa cultura.
Il regista racconta la storia di una sua pendola, ormai ferma, che molti artigiani gli avevano consigliato di buttare. Finché un orologiaio ci mette mano per un’ora intera e riesce a ripararla. «L’aveva fatta di nuovo vivere», dice Fellini. E conclude:
«Ecco, ammiro chi fa bene il proprio mestiere».
Un mestiere, appunto. O meglio, l’esercizio del «Beruf» weberiano, che tiene insieme professione e vocazione. Per Max Weber, infatti, la dedizione alla causa deve necessariamente incontrare la responsabilità e, nelle pagine finali de La politica come professione, scrive che l’etica dei principi e quella della responsabilità «si completano a vicenda» per dare forma a una vera vocazione politica.
«La politica si fa con la testa», anche quando nasce da qualcosa che ci muove molto più in profondità. Una pratica, come quella dell’abile orologiaio di Fellini, che rifugge la tentazione della tabula rasa accettando la fatica del criterio.
La pendola, nel nostro caso, è la Costituzione. Assunta a faro di un futuro programma politico, va ricollegata alla vita concreta di milioni di persone. Aggiustare, quindi, per azzerare la distanza tra l’ora che le lancette della Carta indicano e quella che effettivamente viviamo.
Rimuovere gli ostacoli.
Molti dei principi fondamentali della nostra Costituzione sono da tempo entrati nel lessico comune degli italiani. L’articolo 3, pur essendo uno dei cardini della Carta, forse non gode della stessa forza iconica di «fondata sul lavoro» o del «ripudia la guerra», eppure contiene uno dei verbi più politici dell’intera Costituzione: rimuovere.
Ho già affrontato in un precedente articolo il concetto di «levare», immaginando il lavoro dello scultore che sottrae materia finché, dal blocco sociale in movimento, emerge una figura politica riconoscibile. Qui, però, parliamo d’altro, o meglio di un’opera di sottrazione che avviene in una fase successiva al momento elettorale. Credo che il lavoro politico di noi orologiai sia oggi quello di concentrarsi sulla rimozione degli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e ne restringono la partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese.

E questi ostacoli sono molto concreti. È un ostacolo non poter trascorrere tempo sufficiente fuori dall’orario di lavoro per occuparsi di sé o della propria comunità. È un ostacolo non poter scegliere dove studiare o lavorare perché non puoi permetterti l’alloggio. Lo è anche nascere e vivere in un territorio in cui muoversi senza auto è un’odissea. È un ostacolo il salario che perde potere d’acquisto a parità di ore lavorate. Sono ostacoli le nostre carceri, se 828 persone vivono in un carcere progettato per ospitarne 480. Ostacoli, infine, se le informazioni sulla tua carta d’identità incidono direttamente sulle opportunità economiche disponibili o persino sulle aspettative di vita.
Se avevamo detto che levare significa allargare, anche qui rimuovere finisce per significare la stessa cosa: allargare lo spazio concreto entro cui ciascuno di noi può scegliere la propria esistenza.
La gerarchia giusta
La nostra pendola è stata costruita a regola d’arte per indicare anche una gerarchia, da tenere ben presente quando si discute di rapporti economici. Nell’articolo 41, la Carta riconosce e tutela l’iniziativa privata, ponendole però limiti in materia di utilità sociale, salute, ambiente, sicurezza, libertà e dignità umana.
Prima i diritti, poi i profitti.
Chi accumula di più non può stabilire i criteri con cui decidiamo quali diritti possono essere effettivamente esercitati e da chi. Ci stiamo pericolosamente abituando alla relazione inversa e sempre più, in Italia come nel mondo intero, a partire dall’onda neoliberista degli anni ‘80, viene chiesto ai diritti di adattarsi al mercato. Le difficoltà dell’abitare contemporaneo ne sono forse l’esempio più evidente.
La nostra Carta antifascista di certo non costituzionalizza il sistema capitalistico come destino inevitabile, ma ne custodisce già gli anticorpi. Ed è forse da qui che bisogna partire per riconquistare il potere di cambiare le cose facendo nostro il grande sforzo immaginifico dei padri e delle madri costituenti.
Aggiustare la pendola significa ristabilire il primato democratico dei fini sociali sull’interesse privato.
Dopo miglioristi, riformisti, rottamatori, demolitori e chi invece voleva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno», ora largo agli aggiustatori!



