Tra Apartheid vecchi e nuovi

Il 17 marzo 1992 si svolgeva in Sudafrica il referendum per abolire il muro dell’Apartheid, il sistema segregazione razziale adottato dal governo “bianco” nei confronti della gente di colore. I risultati delle urne videro trionfare il “” con il 68,73% dei voti favorevoli. A votare furono soltanto i cittadini di carnagione bianca.

A 24 anni di distanza da quella straordinaria conquista è ancora necessario parlare di Apartheid nella società odierna? Sì. Le differenze sociali e razziali sono ancora marcatamente segnate nella quotidianità di tutti i giorni, malgrado ogni uomo goda degli stessi diritti. Oggi esistono nuove forme di Apartheid, che non discriminano esclusivamente la pelle nera da quella bianca.

I nuovi Apartheid guardano adesso alla condizione economica, alla religione, alla provenienza, alle ragioni di una fuga dalla propria terra d’origine e, addirittura, alla sessualità. I nuovi Apartheid si costruiscono con fili spinati non solo in Sudafrica, ma anche al confine tra Macedonia e Grecia, alla frontiera di Calais e lungo il confine delle acque territoriali. I nuovi Apartheid sezionano i migranti in “buoni” e “cattivi, ovvero in rifugiati e migranti economici.

Oggi la discriminazione è quanto mai ideologica e, contiguamente con l’istituzione di leggi xenofobe (basti guardare in Danimarca dove il migrante è soggetto alla confisca di tutti i beni), essa vige a tutti gli effetti e viene “applicata” quasi come una condizione necessaria per “regolare” la nostra comunità. Una visione infamante che pregiudica l’uomo e che conferma la visione ciclica della storia che si ripete inesorabilmente e dalla quale l’umanità sembra non voler imparare mai.

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Orientato a Sinistra, vicedirettore del blog Vivi Catania e redattore per la testata Oggimedia.it. Su La Linea Rossa pubblico le mie opinioni personali. Only three words: #Journalism #News #Media, what else?

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